MARUZZA

 

La chiamai Maria Desiderata. Fu la prima dei quattro che riempirono la mia vita di quell’ amore tiranno, assoluto e senza tregua che è l’amore materno. Era aperta, parlava rapida, incisiva, spiritosa, descriveva situazioni ed avvenimenti con molto calore, con mimica. Si capiva che voleva il consenso e l’attenzione della gente, lei che subito infondeva simpatia e interesse, da piccola come da adolescente. Ebbe una vita brillante: di successo personale e di lavoro. Non era osservante, non era atea. Era semplicemente laica con i principi morali del cristianesimo.  Sentiva la grandezza del Cosmo, il mistero della Natura, la struggente poesia dell’infinito, della bellezza, dell’umanità, con le sue grandezze e le sua meschinità. Ma non ci stava ai rituali, alle convenzioni, alle ipocrisie, ai doveri formali, alle apparenze delle cose che “si devono fare”. Conobbe la verità della sua malattia fin dal principio: finse di ignorarla per consentire a noi di fingere di ignorarla. Ebbe coraggio, parlò apertamente con i medici. Pianse in segreto, perché amava la vita. Così è vissuta, ma giunto l’ultimo giorno, quando in clinica le fu offerto di prendere la Sacra Eucaristia, mi disse: mamma, sai, io la comunione la prendo. E la prese.

                

estratto da uno scritto di 

.Eugenia Beck Lefebvre D’Ovidio

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